Uno studio tedesco [1] indaga cosa spinge gli uomini che hanno tentato il suicidio a cercare sostegno e cosa, invece, li tiene lontani dai servizi di salute mentale. Tra stigma, ideali di autosufficienza e difficoltà di accesso alle cure, la richiesta di aiuto emerge come un processo complesso. Chiedere aiuto dovrebbe essere il primo passo verso una cura. Ma, per alcuni uomini che attraversano una crisi suicidaria, proprio quel passo può diventare uno degli ostacoli più difficili da compiere. Un nuovo studio qualitativo condotto in Germania e pubblicato su BMC Psychiatry ha cercato di capire perché. I ricercatori dell’Università di Lipsia hanno intervistato 14 uomini che, nel corso della loro vita, avevano compiuto almeno un tentativo di suicidio. Le loro testimonianze hanno permesso di individuare una serie di fattori capaci di favorire oppure ostacolare la ricerca di aiuto. Il tema è particolarmente rilevante perché il suicidio presenta una marcata differenza tra uomini e donne. Secondo lo studio, in Germania il rapporto tra i decessi per suicidio maschili e femminili è di circa 3 a 1. Gli uomini, inoltre, tendono a ricorrere più frequentemente a metodi di suicidio letali e sono meno propensi a parlare dei propri pensieri suicidari o a rivolgersi ai servizi di salute mentale. Il problema non è soltanto chiedere aiuto. Lo studio parte da un presupposto importante: la ricerca di aiuto non è un gesto isolato, ma un processo. Significa prima riconoscere che esiste un problema, poi decidere di chiedere assistenza e infine riuscire a trovare e utilizzare concretamente il sostegno disponibile. E in ciascuna di queste fasi possono comparire ostacoli. Gli uomini intervistati hanno descritto cinque elementi che possono facilitare la richiesta di aiuto: un accesso semplice ai servizi professionali, esperienze positive con il sistema di cura, risorse psicologiche favorevoli, una rete sociale disponibile e, in alcuni casi, un’elevata intensità dei sintomi che rende impossibile continuare a gestire la situazione da soli. Al contrario, cinque fattori possono allontanare gli uomini dall’aiuto: la difficoltà percepita nell’accedere ai servizi, esperienze negative o timori legati al trattamento, alcune caratteristiche psicologiche e strategie di coping, lo stigma accompagnato da vergogna e senso di colpa e, infine, le norme tradizionali associate alla mascolinità. Uno degli ostacoli più concreti è l’accessibilità del sistema sanitario. Per chi si trova in una situazione di forte sofferenza psicologica, ottenere un appuntamento può richiedere tempo, energia e capacità organizzative che in quel momento possono essere difficili da trovare. Alcuni partecipanti hanno raccontato la frustrazione legata ai lunghi tempi di attesa o alle ripetute richieste senza successo di trovare un terapeuta. Al contrario, quando il passaggio da un servizio all’altro viene organizzato dagli stessi professionisti, la ricerca di aiuto diventa più semplice. Un elemento particolarmente positivo emerso dalle interviste è stato proprio quello che i ricercatori definiscono una gestione efficace delle transizioni: per esempio, il passaggio dall’ospedale a un programma di trattamento successivo senza lasciare alla persona il compito di organizzare autonomamente ogni fase.La differenza può sembrare piccola, ma in una situazione di crisi può essere decisiva: non dover cercare da soli il prossimo professionista significa eliminare un ostacolo proprio nel momento in cui le risorse personali possono essere più ridotte. Gli uomini intervistati hanno raccontato come una relazione terapeutica positiva, la fiducia nel professionista e la percezione di poter ottenere un miglioramento dei propri sintomi o della propria qualità di vita possano favorire il ricorso alle cure, soprattutto quando una nuova crisi si presenta dopo un’esperienza precedente. Ma vale anche il contrario. Esperienze negative con i servizi di salute mentale possono diventare un motivo per evitare di chiedere nuovamente aiuto. Alcuni partecipanti hanno inoltre espresso timori legati al ricovero psichiatrico involontario, descrivendo le esperienze nei reparti acuti come una perdita di controllo e autonomia. Tra le testimonianze emerge poi un’altra barriera, meno visibile ma profondamente radicata: l’idea che chiedere aiuto significhi ammettere di non essere in grado di farcela da soli. Alcuni partecipanti hanno descritto la tendenza a cercare autonomamente una soluzione ai propri problemi, la difficoltà a parlare dei conflitti e delle proprie emozioni, una scarsa capacità di riconoscere ciò che stava accadendo e una conoscenza limitata dei disturbi psicologici e dei servizi disponibili. In alcuni casi, anche l’uso problematico di alcol o droghe veniva indicato tra gli elementi che ostacolavano la ricerca di aiuto. È qui che il tema della mascolinità assume un ruolo centrale. Secondo le testimonianze raccolte, alcuni uomini interiorizzano l’idea che un uomo debba essere forte, autonomo, capace di risolvere da solo i propri problemi e poco incline a mostrare le proprie emozioni. In questo contesto, la vulnerabilità può essere percepita come una debolezza personale. La richiesta di aiuto rischia così di trasformarsi, almeno nella percezione della persona, da una possibile soluzione a una conferma del proprio fallimento. Gli intervistati hanno raccontato il timore di essere giudicati dagli altri e la difficoltà di rivelare di aver avuto pensieri o comportamenti suicidari. Per alcuni, ammettere di avere bisogno di aiuto era associato a sentimenti di umiliazione o alla paura di essere stigmatizzati. Lo stigma, dunque, non agisce soltanto dall’esterno. Può diventare anche uno stigma interiorizzato: la persona può arrivare a giudicare negativamente se stessa proprio perché sente di non corrispondere all’immagine dell’uomo forte e autonomo che ritiene di dover incarnare. La rete sociale può diventare un ponte verso le cure. Se isolamento e stigma possono allontanare dall’aiuto, amici e familiari possono svolgere il ruolo opposto. Le persone vicine agli uomini intervistati non fornivano soltanto sostegno emotivo. In alcuni casi aiutavano concretamente a riconoscere la necessità di rivolgersi a un professionista, cercavano informazioni, prendevano appuntamenti o accompagnavano la persona ai servizi. Questa funzione è particolarmente importante per chi dispone di poche risorse sociali. Lo studio sottolinea infatti il possibile ruolo dei cosiddetti gatekeeper: familiari, medici di base, infermieri e altre persone che possono riconoscere segnali di rischio e facilitare il collegamento con i servizi di assistenza. Per gli autori, i risultati suggeriscono che la prevenzione del suicidio non può concentrarsi esclusivamente sulla responsabilità individuale. A livello personale, può essere utile aumentare la conoscenza dei disturbi mentali e dei servizi disponibili, oltre a rafforzare le capacità di comunicazione e di riconoscimento dei propri sintomi. Allo stesso tempo, gli interventi di prevenzione dovrebbero affrontare stigma, vergogna e le aspettative tradizionali associate alla mascolinità, anche riconsiderando il significato attribuito alla «forza» e alla richiesta di aiuto.Ma una parte della responsabilità ricade anche sul sistema sanitario. Se una persona decide finalmente di chiedere aiuto, osservano i ricercatori, il sistema deve essere in grado di rispondere rapidamente. Ridurre i tempi di attesa, evitare che le persone vengano respinte senza alternative e garantire un passaggio efficace tra i diversi servizi sono indicati come elementi importanti. In altre parole, chiedere aiuto è soltanto l’inizio. Perché quel gesto possa trasformarsi in cura, deve esistere qualcuno dall’altra parte disposto e preparato a raccogliere quella richiesta. Le testimonianze raccolte raccontano una realtà in cui la decisione di chiedere aiuto non dipende da un unico fattore. Può essere favorita da una persona vicina che riconosce il problema, da un professionista che accompagna il paziente nel passaggio successivo, da una precedente esperienza terapeutica positiva o dalla capacità di riconoscere e comunicare la propria sofferenza. Può invece essere bloccata dalla vergogna, dalla paura di perdere autonomia, dall’idea di dover essere forti, da esperienze negative con i servizi o semplicemente dall’impossibilità di trovare rapidamente qualcuno disposto ad ascoltare. Per questo, concludono gli autori, la prevenzione del suicidio dovrebbe tenere conto delle specificità del modo in cui gli uomini cercano o non cercano aiuto. L’obiettivo non è soltanto convincere più persone a parlare. È fare in modo che, quando finalmente decidono di farlo, trovino davvero qualcuno dall’altra parte.
[1] https://link.springer.com/10.1186/s12888-025-07420-z



