Siamo cercatori di senso o lavoratori?
La necessità di trovare un lavoro è fisiologica – c’è in gioco la dignità e la sopravvivenza dell’uomo. Spesso però si cerca di non pagare. Non parliamo dei casi limite, quando si tratta di truffa o di disperazione. Tuttavia, quante volte c’è stata la tentazione di non resistituire l’eccesso dato per errore in un resto?
Oppure perché spesso si giustifica con “formazione” il mancato compenso di un lavoro? O perché si ritiene che determinati compiti, per quanto necessari, non siano degni di retribuzione – che si facciano da soli allora? E’ l’età giovane del lavoratore? E’ furbizia? E’ cupidigia del datore di lavoro?
Non è ben chiaro – sembra certo solo la verticalizzazione sul denaro. Avere soldi è lo scopo, eppure i soldi sono solo un mezzo. Un mezzo fondamentale alla sopravvivenza, fondamentalmente al lavoro. Ma un mezzo. Non c’è nulla di male a volere diventare ricco, purché sia conseguenza di un onesto impegno, purché ci sia uno scopo. Il gusto del denaro è quello della carta, del metallo. Poco igienico, ma i gusti sono gusti, eppure mi sembra eccessiva.
Non c’è educazione in questo senso: il lavoro deve essere retribuito. Bisognerebbe istruire le persone che pagare è un gesto di gentilezza verso il tempo che l’altro dedica al vostro bisogno. E il tempo è l’unico bene intagibile non guadagnabile. Si è sempre in perdita. E prima o poi si fallisce. Tuttavia, anche gli esercenti dovrebbero essere a loro agio a farsi pagare, soprattutto con amici e familiari. Non è questione di avidità. E’ questione di correttezza. Il lavoro si paga. Un favore, due, vanno bene. Ma poi approfittarsene diventa un limite facilmente oltrepassabilie e ovviamente farsi pagare senza gli eccessi.
Bisogna educare entrambe le parti.
Pochi ci pensano, ma pagare è didattico. E’ didattico per chi lavora. Il pagamento è una buona metrica della qualità del servizio. Se io sono disposto di buon grado a pagarti, significa che io ritengo tu sia bravo, che tu stia lavorando bene. “Te lo meriti” – è una logica comune alle donazioni. Più ti pago, più quantifico e dò metaforicamente valore a quanto io ritengo tu sia bravo. Il lavoratore ha modo di capire dove deve migliorare, dove sta andando bene. Ha un incentivo. La didattica del pagare è una questione di merito.
Didattica per il lavoratore, pedagogia per il cliente. La lezione è semplice: è giusto pagare per un buon servizio. L’atto di pagare è gesto di rispetto per il tempo investito dal lavoratore. Siamo abituati che il cliente, se ha la possibilità, cerca sconti oppure cerca di non pagare. Non è cattivo, è naturale. Non è educato al fatto che il pagamento è riconoscere la qualità del lavoro. Sforzarsi per pagare il giusto corrispettivo è il giusto esercizio di crescita personale per una corretta educazione economica-lavorativa. La pedagogia del pagare è una questione di rispetto.
C’è poca cultura imprenditoriale, eppure fa parte dell’uomo. Impresa vuol dire investire, vuol dire sviluppo. Se il lavoro non viene pagato, come può il professionista migliorarsi? Come può l’industria modernizzarsi? La base dell’investimento è la liquidità. Il pagamento è un atto di fiducia. Fai un buon lavoro, continua a farlo e migliorati. L’imprenditorialità del pagare è questione di sviluppo, di investimento.
Ultima per provocazione, ma di fatto se non vi fosse, non avrebbe senso parlarne: la sopravvivenza. Non c’è banalità: il pane si paga con il denaro. Il mecenatismo non ha mica a che fare solo con l’arte: si tratta dell’idea di consentire al professionista di non preoccuparsi del proprio sostentamento, ma di poter rendere efficiente la propria tecnica. Tutti vorrebbero poter vivere della propria arte. Se qualcuno ha talento, perché non sostenerlo nella sua scelta? Il sostentamento del pagare è questione di stabilità. E’ banale, ma a volte la banalità difficilmente si comprende.
La civiltà comincia ove le persone affrontano i propri problemi con l’aiuto dei propri simili. Le persone sono già sole, così non vengono lasciate a se stesse.
Educare al pagamento non è forse una questione di civiltà?



