La sopravvivenza delle persone è resa possibile dall’impatto che l’ambiente ha sulla loro vita: Michael Pluess afferma che esso è presente sia in fase di crescita, sia in età adulta. Il grado con cui gli individui vengono toccati e influenzati dall’ambiente viene definito “Sensibilità Ambientale”.
È possibile riconoscere diversi livelli di sensibilità, distinti sulla base del modo in cui le persone reagiscono agli stimoli provenienti dall’ambiente circostante. Tale differenza permette di identificare individui più o meno sensibili. Diversi studi hanno dimostrato come si possano distinguere tre gruppi di sensibilità nella popolazione: il primo gruppo è rappresentato da coloro che manifestano un’elevata sensibilità agli stimoli esterni (circa il 31%); il secondo gruppo comprende individui caratterizzati da una bassa sensibilità (circa il 29%); mentre il restante 40% è composto da coloro che mostrerebbero una sensibilità media.
Per la valutazione di tale caratteristica, è stata somministrata la Highly Sensitive Person Scale, su un campione adulto. Una spiccata sensibilità, contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, non rappresenta necessariamente un tratto negativo, così come illustrato dalla psicologa Elaine Aron: persone maggiormente sensibili, infatti, sono anche particolarmente attente a ciò che le circonda e, quindi, più pronte a reagirvi. Negli individui che presentano tale caratteristica, sarebbe maggiormente attivo il “sistema di inibizione comportamentale”, che fa sì che gli individui definiti “highly sensitive” si fermino davanti alla mole di informazioni provenienti dall’ambiente che li circonda, per poterla analizzare attentamente. Tuttavia, l’alta sensibilità non si caratterizza solamente per una maggiore attenzione ai dettagli: per evitare qualsiasi malinteso, è stato proposto dalla stessa autrice il termine “Sensibilità di Elaborazione Sensoriale” (SPS), per rendere conto della complessità di tale tratto.
Sono state diverse le teorie che si sono susseguite e che si sono occupate di delineare meglio il tratto della Sensibilità Ambientale. Tra le più note, si riconoscono il modello Biological Sensitivity to Context, la teoria della Suscettibilità Differenziale, il modello Diatesi-Stress e la Sensory Processing Sensitivity.
Il modello della Sensibilità Biologica al Contesto, proposto da W. T. Boyce e B. J. Ellis, si è occupato di studiare come l’interazione tra ambiente e predisposizione personale influenzi lo sviluppo. Viene data particolare attenzione alle esperienze vissute durante la prima infanzia, in quanto esse possono avere un’influenza sul grado di reattività manifestata nel corso dello sviluppo. La reattività, come intesa da Jan Strelau – quindi, una risposta fisiologica a uno stimolo ambientale – sembrerebbe fortemente collegata al concetto di sensibilità. La reattività, inoltre, è strettamente connessa al contesto: gli individui con un’alta reattività sono più suscettibili a stimoli esterni più deboli, rispetto ai pari età che non presentano questa caratteristica. Proprio per questa forte relazione tra questo tratto temperamentale e il contesto, Arthur Aron ed Elaine N. Aron hanno definito come un ambiente supportivo durante l’infanzia permette ai bambini di crescere abili e di fare di tale peculiarità una risorsa.
La teoria della Suscettibilità Differenziale, concettualizzata da Jay Belsky e Michael Pluess, definisce come le persone differiscano per il grado di suscettibilità all’ambiente. Questa differenza sarebbe spiegata dal punto di vista evolutivo: nessuno può prevedere le caratteristiche che, in futuro, saranno le migliori; e, per questo motivo, la selezione naturale avrebbe promosso la generazione di figli con livelli di plasticità di sviluppo differenti. Grazie a ulteriori contributi, come quelli di Aron e Aron nel 1997 e Boyce ed Ellis nel 2005, tale modello ha permesso di definire come gli individui più sensibili sono anche quelli che beneficiano maggiormente di ambienti di sviluppo favorevoli. Sono diversi gli elementi che potrebbero rappresentare possibili marcatori di tale suscettibilità. Tra questi, si riconoscono tre ordini: fenotipici, in cui rientrano temperamento difficile o emotività negativa; endo-fenotipici, di cui fanno parte i comportamenti stressanti; e genetici, come il gene 5-HTTLPR. Per quanto riguarda i possibili marcatori fenotipici, il temperamento e l’emotività dei bambini possono modificare l’impatto che l’esperienza evolutiva ha sullo sviluppo comportamentale.
Un’altra caratteristica, oltre al temperamento difficile, presa in considerazione come fattore di suscettibilità, riguarda l’impulsività del bambino: come emerso dagli studi di R. H. Bradley e R. F. Corwyn, anche in questo caso, cure materne adeguate e coerenti hanno diminuito la propensione a sviluppare sintomi depressivi nei figli. Facendo riferimento, invece, ai marcatori di tipo endo-fenotipico, si parla della reattività del bambino, in particolar modo alla risposta allo stress, basata su quello che Boyce ed Ellis definiscono il sistema “fight or flight”. Tuttavia, la maggioranza degli studiosi dello sviluppo tende a considerare i livelli di cortisolo come una conseguenza delle influenze ambientali, invece che come un possibile marcatore della reattività a stimoli esterni.
Infine, ponendo l’accento sul punto di vista genetico, gli studi che hanno riscosso maggiore successo si sono concentrati sul gene 5-HTTLPR. Questo sarebbe responsabile dell’importanza della manifestazione di sintomi depressivi, nella prima età adulta. Tale gene sembra avere un effetto sulle influenze ambientali: soggetti definiti “geneticamente a rischio” (ovvero i portatori dell’allele corto di tale gene) si sono mostrati come maggiori beneficiari di un ambiente privo di condizioni stressanti, mentre sembrano performare in maniera nettamente più disfunzionale in situazioni connotate da forte stress. Boyce ed Ellis, tuttavia, sottolineano come, affinché si possa parlare di Suscettibilità Differenziale, sia necessario che l’interazione tra ambiente e genetica abbia un effetto sia sugli aspetti negativi sia su quelli positivi: il focus su uno solo dei due non è sufficiente e potrebbe portare alla confusione con il “doppio rischio” (così definito dagli stessi autori), in cui i soggetti “vulnerabili” sarebbero maggiormente colpiti da un ambiente negativo (ma non positivo).
Il modello Diatesi-Stress pone l’accento sulla vulnerabilità dell’individuo alle avversità ambientali. Tale modello, proposto da S. M. Monroe e A. D. Simons, evidenzia come la maggiore predisposizione di alcuni individui a sviluppare determinati sintomi psicopatologici possa derivare da tre ordini di fattori: comportamentali (ad esempio, un temperamento difficile), fisiologici (come un’alta reattività agli eventi esterni) o genetici (tra cui si riconosce la presenza di un allele corto del gene 5-HTTLPR).
La Sensory Processing Sensitivity (o SPS), proposta da Aron e Aron, parte dall’idea che l’alta sensibilità sarebbe spiegata da una maggiore elaborazione sensoriale, emotiva e cognitiva. Tale modalità di reazione agli stimoli esterni, infatti, sarebbe ciò che permette di individuare le differenze di personalità tra gli individui. Per quanto riguarda le caratteristiche principali che contraddistinguono le persone altamente sensibili, esse si possono racchiudere nell’acronimo “DOES”, le cui lettere rappresentano la Profondità di elaborazione, la Sovrastimolazione, la Reattività emotiva ed empatia e, da ultima, la Sensibilità ai dettagli. Aron e Aron, tuttavia, precisano che uno solo di questi aspetti non è sufficiente per la definizione di tale tratto, ma è necessario che siano tutti presenti. Analizzando nello specifico queste quattro caratteristiche. In primo luogo, la depth of processing (o “profondità di elaborazione”) è la caratteristica principale delle persone highly sensitive. Queste ultime, infatti, tendono a osservare, riflettere ed elaborare maggiormente, in maniera non sempre consapevole, le informazioni che provengono dall’esterno. Ciò che viene fatto è dunque un confronto tra quanto viene notato al momento e una situazione passata (o un’esperienza simile). Secondariamente, l’overstimulation (o “sovrastimolazione”) fa riferimento a un comportamento molto spesso visibile nelle persone altamente sensibili. Notando ogni particolare in tutte le situazioni, quando queste ultime sono complicate – ovvero, ci sono molti stimoli da tenere sotto controllo -, intense (caratterizzate da grande confusione o molto rumorose) o durano troppo, contribuiscono a stancare molto più facilmente e velocemente. Questa condizione di sovrastimolazione può riguardare diversi aspetti: può essere riferita sia a stimoli ambientali sia a situazioni sociali. Successivamente, l’emphasis (o “reattività emotiva”) riguarda la condizione per cui persone con alti livelli di SPS percepiscono le emozioni in maniera più intensa, siano esse positive o negative. Nella stessa categoria, rientra anche il tema dell’empatia, altra caratteristica tipica delle HSP. A tal proposito, è stato dimostrato da B. P. Acevedo che le persone altamente sensibili abbiano empatia più forte rispetto a coloro che non lo sono. Infine, l’ultima caratteristica che connota il tratto dell’alta sensibilità è data dalle subtleties (o “consapevolezza dei dettagli”). In particolare, Jadzia Jagiellowicz ha dimostrato come gli individui highly sensitive, dando maggiore attenzione ai dettagli, manifesterebbero anche una maggiore attivazione a livello cerebrale, in aree riguardanti l’attenzione ai cambiamenti ambientali.
È fondamentale ricordare che l’alta sensibilità si manifesta in modalità diverse: ci sono persone che, a seguito di un forte rumore o di un comportamento brusco, tendono a ritirarsi silenziosamente da tali situazioni o evitarle; altre, invece, si possono sentire maggiormente vittimizzate o sconvolte (probabilmente anche a causa di un vissuto maggiormente stressante rispetto alle prime). In base anche ad altri aspetti della loro personalità, quindi, si possono distinguere due tipologie di persone: capaci o incapaci di controllare tale loro caratteristica.



