Il globalismo terrestre ha un difetto che quasi nessuno vuole nominare: pretende di costruire l’umanità eliminando il fuori. Immagina un mondo senza esterno, senza margine, senza frontiera, un pianeta amministrato come un unico spazio morale, economico e comunicativo, nel quale tutto debba essere incluso, connesso, traducibile. L’ultimo orizzonte coincide con la superficie terrestre e l’ultima identità possibile diventa quella dell’essere umano in quanto tale. È un progetto grandioso, almeno nelle intenzioni, ma proprio per questo rivela una debolezza antropologica profonda: nessuna identità forte nasce soltanto dalla somma dei propri membri. Ogni identità si forma anche davanti a ciò che non è, attraverso un limite, un’alterità, una resistenza capace di costringerla a riconoscersi. L’individuo scopre se stesso davanti al mondo, così come la città antica comprendeva la propria natura confrontandosi con la campagna, lo straniero, il deserto o il mare. Le civiltà hanno raccontato se stesse osservando ciò che esisteva oltre i propri confini, e persino le religioni hanno avuto bisogno di un cielo, di un abisso, di un trascendente, di qualcosa che rompesse la clausura dell’umano. L’identità, in altre parole, non nasce nello specchio: nasce sulla soglia.
Il problema della modernità globale è precisamente questo: sta distruggendo tutte le soglie senza averne costruita una più grande. Ha dissolto distanze, mescolato linguaggi, unificato mercati, sincronizzato desideri. Può trasmettere la stessa immagine in ogni continente nello stesso istante, far reagire miliardi di persone al medesimo evento, spostare denaro, merci, simboli e opinioni a una velocità che nessun impero del passato avrebbe potuto immaginare. Eppure non ha creato un popolo umano. Ha creato interdipendenza, che è una cosa completamente diversa. Un popolo non è una rete logistica e non nasce perché miliardi di individui utilizzano gli stessi dispositivi, consumano gli stessi marchi o partecipano alle stesse piattaforme. Nemmeno una morale universale è sufficiente. Si possono proclamare per secoli valori comuni senza che da quei valori emerga una vera coscienza comune. La parola “umanità”, ancora oggi, rimane in larga misura una categoria biologica e una formula morale; non è ancora diventata pienamente un soggetto storico.
Quando diciamo “noi esseri umani”, quel noi conserva spesso qualcosa di retorico. Diventa improvvisamente concreto soltanto in determinate circostanze: davanti a una fotografia della Terra vista dallo spazio, davanti alla possibilità di un asteroide, davanti all’ipotesi di una vita extraterrestre o semplicemente davanti all’immensità silenziosa dell’universo. Non è un dettaglio. Per sentirci davvero una specie abbiamo bisogno, paradossalmente, di vedere il nostro pianeta da fuori. La fotografia della Terra scattata oltre l’atmosfera ha compiuto filosoficamente ciò che migliaia di discorsi universalistici non erano riusciti a fare: ha mostrato il confine. Quella sfera azzurra sospesa nel nero ci dice qualcosa di elementare e insieme terribile: lì dentro ci siamo noi. Fuori non ci sono Francia e Cina, Africa e America, destra e sinistra, ricchi e poveri. Fuori c’è il cosmo. Ed è forse proprio questa la vera alterità che manca all’umanità contemporanea.
Non abbiamo bisogno di un altro popolo da demonizzare, di un’altra nazione da combattere, né tantomeno di una razza, una religione, una classe o una civiltà da trasformare nel nemico necessario. Quella è la forma infantile e sanguinosa dell’identità: costruire il proprio “noi” scegliendo un altro essere umano da espellere simbolicamente dall’umanità. La maturità comincia invece quando il fuori smette di avere il volto di un altro uomo e assume quello del deserto cosmico, del vuoto, della distanza, della materia ostile, della radiazione, della gravità, della morte biologica, di un pianeta senza ossigeno, di un viaggio che dura anni, di un universo che non conosce i nostri diritti, non ascolta le nostre proteste, non condivide le nostre ideologie e non negozia con le nostre sensibilità.
Davanti al cosmo buona parte della nostra commedia perde immediatamente importanza. L’universo non è inclusivo né esclusivo: è indifferente. Ed è precisamente questa indifferenza a poter restituire serietà all’uomo. Abbiamo costruito una cultura nella quale ogni differenza interna rischia di diventare assoluta, ogni divergenza politica assume il tono di una guerra metafisica, ogni conflitto culturale viene caricato di un significato apocalittico e ogni gruppo tende a raccontare il proprio particolare come se fosse l’asse dell’universo. È il provincialismo di una specie che non ha ancora incontrato davvero il proprio esterno. Ci comportiamo come abitanti di villaggi convinti che la lite tra due strade sia il centro della storia. Poi basta alzare lo sguardo. La stella più vicina oltre il Sole si trova a più di quattro anni luce; la nostra galassia contiene centinaia di miliardi di stelle; il nostro pianeta è una fragile pellicola di vita adagiata sulla superficie di una roccia che attraversa il buio. Eppure continuiamo a discutere come se l’universo intero fosse stato costruito per ospitare le nostre contese. Il cosmo, da questo punto di vista, è una cura brutale contro il narcisismo politico. Per questo la prossima grande rivoluzione umana potrebbe non essere ideologica, ma geografica nel senso più radicale del termine: astronomica. Finché la Terra resterà l’unico teatro della nostra storia, continueremo inevitabilmente a trasformare altri uomini nel nostro orizzonte ultimo. Nord contro Sud, Oriente contro Occidente, progressisti contro conservatori, credenti contro non credenti, centro contro periferia: cambieranno i nomi, ma la struttura rimarrà la stessa. L’uomo continuerà a usare l’uomo come proprio limite.
Una civiltà realmente planetaria comincerà soltanto quando la Terra smetterà di essere il mondo e diventerà la patria. La differenza è enorme, perché il mondo è tutto ciò che esiste, mentre la patria è il luogo da cui proveniamo quando sappiamo che esiste un altrove. Finché quell’altrove non avrà una consistenza reale, la Terra non sarà ancora veramente casa: sarà semplicemente tutto ciò che abbiamo conosciuto. La frontiera extraplanetaria può modificare questa condizione. Una base permanente sulla Luna sarebbe molto più di un’impresa tecnica; una città su Marte sarebbe molto più di una colonia; una missione umana verso le lune di Giove avrebbe un significato che andrebbe ben oltre qualsiasi record scientifico. Ogni chilometro percorso fuori dalla Terra renderebbe più visibile ciò che sulla Terra continuiamo a dimenticare: la nostra condizione comune. Questo non significa immaginare che nello spazio cesseremmo improvvisamente di combattere. L’essere umano porterà con sé ambizione, competizione, avidità, coraggio, stupidità, eroismo, tribalismo, commercio, politica e violenza. Non esiste alcun motivo per credere che attraversare l’atmosfera trasformi gli uomini in santi. Ma cambierebbe la scala, e cambiare scala significa, prima o poi, cambiare coscienza. Per la prima volta potremmo percepire con una forza politica reale una distinzione più grande delle nostre distinzioni interne: quella tra terrestre e non terrestre, tra vivente e sterile, tra umano e non umano, tra casa e abisso.
Non serve neppure immaginare flotte aliene. Il vero “altro” è già sopra di noi ogni notte. È la vastità quasi totale della realtà che non è costruita per la nostra sopravvivenza. La Terra è un’eccezione biologica circondata da una quantità quasi inconcepibile di spazio incompatibile con la vita umana. Una constatazione del genere dovrebbe produrre una rivoluzione morale. Invece, per lo più, produce intrattenimento. Forse perché prendere sul serio il cosmo significa ridimensionare brutalmente molte delle nostre ossessioni. Significa ammettere che una parte della politica contemporanea consiste nella gestione esasperata del dettaglio presentata come destino universale. Significa riconoscere che una civiltà incapace di sollevare lo sguardo dalla propria amministrazione quotidiana rischia di perdere il senso della grandezza. Abbiamo perfezionato il comfort e dimenticato la frontiera, moltiplicato i diritti e ristretto gli orizzonti, reso il mondo più accessibile e contemporaneamente più piccolo. Conosciamo la Terra e, proprio per questo, sembriamo non sapere più dove andare.
Per millenni l’uomo ha avuto davanti a sé terre sconosciute, montagne da attraversare, oceani da navigare, continenti da esplorare. La geografia alimentava l’immaginazione perché esisteva realmente un oltre. La vecchia frontiera è finita, ma l’impulso che l’aveva generata non è morto. Lo abbiamo semplicemente compresso entro i confini del pianeta, e un impulso represso spesso degenera. Una civiltà priva di una frontiera esterna tende a creare frontiere interne sempre più ossessive. Quando manca un grande fuori da affrontare, ogni piccola differenza all’interno del sistema può essere trasformata in una faglia assoluta. È qui che il globalismo mostra il proprio paradosso più profondo: vuole eliminare le divisioni, ma rischia di moltiplicarle, perché proclama l’unità senza offrire la trascendenza necessaria per viverla. Dice agli uomini che appartengono tutti alla stessa specie, ma non sa rispondere con sufficiente forza alla domanda: davanti a cosa? Dice che condividono lo stesso pianeta, ma non sa indicare per quale compito comune quella condivisione dovrebbe diventare destino.
Una comunità vive soprattutto di ciò che tenta. Ha bisogno di un compito, di una direzione, di una grande impresa capace di rendere improvvisamente piccole alcune delle sue guerre interne senza per questo negarne l’esistenza. La costruzione di una civiltà spaziale potrebbe svolgere esattamente questa funzione. Non perché risolverebbe tutti i problemi terrestri, ma perché renderebbe finalmente insufficiente una politica che considera la Terra l’ultimo orizzonte possibile. Una specie adulta deve prima o poi assumersi il rischio di uscire dalla propria culla e, soprattutto, deve smettere di considerare se stessa il proprio unico oggetto di contemplazione. Una cultura che guarda soltanto l’uomo finisce inevitabilmente per deformarlo: lo adora, lo giudica, lo classifica, lo sorveglia, lo colpevolizza e lo celebra, ma continua sempre e soltanto a guardare lui. È ancora antropocentrismo, anche quando prende la forma dell’umanitarismo. Il cosmo spezza questo circuito perché ricorda all’uomo che non è il centro. Ma, nello stesso momento in cui lo ridimensiona, gli offre qualcosa di più importante: la possibilità di diventare protagonista della propria trasformazione. Non dominatore dell’universo, idea che sarebbe grottesca, ma artefice consapevole di un cambiamento antropologico.
La conquista dello spazio, in questo senso, non riguarda principalmente i razzi. Riguarda l’uomo. Costringerà la nostra specie a modificare il proprio corpo, la propria tecnologia, la propria organizzazione politica e la propria concezione del tempo, della nascita, della morte, della distanza e della comunità. Che cosa significa essere umani su Marte? Che cosa significa nascere sulla Luna? Che cosa significa appartenere alla Terra quando non ci si vive più? Che cosa significa essere una civiltà quando i suoi membri sono separati da milioni di chilometri? Sono domande più radicali di buona parte delle nostre dispute ideologiche, perché modificano il teatro stesso nel quale la società esiste. È forse lì che l’umanità potrebbe diventare finalmente reale. Non quando tutti gli uomini penseranno nello stesso modo — cosa impossibile e persino mostruosa da desiderare — e nemmeno quando saranno scomparse nazioni, religioni o culture, che probabilmente continueranno a esistere trasformandosi. L’umanità nascerà politicamente quando sopra tutte queste appartenenze ne comparirà una ulteriore, non proclamata in astratto ma resa concreta dall’esperienza: noi terrestri.
Forse servirà una minaccia, come un asteroide capace di ricordarci brutalmente che la natura non ha firmato alcun patto di non aggressione con la nostra specie. Forse servirà una scoperta: una biosfera aliena, un segnale, una forma di vita radicalmente diversa. Forse basterà la frontiera stessa, cioè l’esperienza lenta, difficile e persino dolorosa di diventare una specie multiplanetaria. In ogni caso, qualcosa dovrà spezzare il monopolio dell’umano sull’immaginazione umana. Perché l’uomo diventa veramente umano soltanto quando smette di avere come unico confronto altri uomini. Finché il nostro antagonista, il nostro specchio, il nostro limite e la nostra misura saranno sempre altri esseri umani, resteremo una specie tribalizzata che ha imparato a usare satelliti. La tecnica sarà globale, mentre la coscienza continuerà a essere locale. La vera globalizzazione, allora, non sarà completata quando ogni essere umano sarà collegato alla stessa rete, ma quando l’intero pianeta potrà essere percepito come un luogo particolare dentro qualcosa di immensamente più grande. Solo in quel momento il globale smetterà di rappresentare il massimo e diventerà, paradossalmente, il locale.
Forse sarà proprio quello il giorno in cui inizierà davvero la storia dell’umanità: non la storia degli europei, degli asiatici o degli americani, non soltanto la storia delle nazioni, degli imperi, delle classi e delle ideologie, ma la storia della specie. Per arrivarci dovremo accettare un’umiliazione magnifica: scoprire di essere piccoli davanti al cosmo, fragili davanti alla materia e provvisori davanti al tempo. Eppure proprio questa umiliazione potrebbe renderci più grandi, perché nessuna civiltà diventa adulta continuando a contemplare il proprio riflesso.
A un certo punto deve aprire la porta e guardare fuori.
E fuori, finalmente, c’è il buio.



