Quando il dibattito diventa reato: la nuova ipocrisia della tolleranza

“Dibattito: discussione alla quale prendono parte i partecipanti a un’assemblea, a una seduta, a una riunione pubblica o privata, e nella quale si contrappongono e valutano idee e opinioni diverse in merito a determinati argomenti proposti o a decisioni da prendere.”

Sempre più spesso vi è la stessa scena che si ripete, identica a sé stessa, in scuole, università, piazze e social network: qualcuno prova ad esprimere un’opinione, qualcun altro si sente in dovere di zittirlo. Non serve alzare la voce o minacciare, basta l’etichetta giusta, pronunciata con sufficiente sicurezza, per decretare chi ha diritto di parlare e chi no. Tutti si definiscono difensori della libertà, ma pochi sanno davvero cosa significhi ascoltare.
Il problema non è più chi parla, ma cosa dice e, soprattutto, da che “parte” sta. In un mondo che si autoproclama aperto e democratico, la libertà d’espressione sembra ormai un privilegio riservato a pochi, a chi ripete le parole giuste. Se esprimi un’opinione che si discosta dal coro, per quanto edulcorata, educata e fattuale sia, non sei un interlocutore: sei una minaccia. E così il dialogo, che dovrebbe essere il fondamento di ogni società civile, viene sostituito da un riflesso automatico di rifiuto.

Il paradosso è lampante: ciò che viene esaltato come partecipazione quando lo fa una parte, diventa violenza quando lo fa l’altra. La coerenza è sparita, sostituita da un moralismo intermittente che cambia volto a seconda della convenienza ideologica.

Due esempi relativamente recenti, per citare due casi opposti, riguardano quanto accaduto a Pavia e a Roma nel 2024 a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro.

A Pavia, tra il 4 e il 5 maggio 2024, un volantinaggio elettorale di Sinistra Italiana in centro, zona piazza Cavagneria, è stato interrotto da un’aggressione: l’autore, che si è qualificato come “fascista”, ha colpito due militanti finiti poi in pronto soccorso. Il fatto è stato riportato da più testate e ricostruito nei dettagli dai quotidiani locali e nazionali.
Pochi mesi dopo, a Roma, tra il 21 e il 22 novembre 2024, all’Università La Sapienza, un presidio di Azione Universitaria impegnato in volantinaggio davanti alla facoltà di Giurisprudenza è stato di fatto impedito dal movimento dei collettivi: il tentativo di raggiungere il presidio ha innescato scontri, con cariche di alleggerimento della polizia per tenere separati i gruppi. Secondo le ricostruzioni vi è stato almeno un ferito. Anche in questo caso, le cronache concordano sull’interruzione dell’iniziativa e sull’intervento delle forze dell’ordine.

Perché citarle insieme? Perché mostrano lo stesso meccanismo a parti invertite: il volantinaggio, atto minimo e simbolico del “parlare in pubblico”, diventa terreno di collisione identitaria. Non conta più la legittimità dello strumento, ma l’identità di chi lo usa. La difesa del “nostro” spazio si traduce nella negazione dello spazio altrui e il risultato è sempre lo stesso: il dibattito viene sostituito dal conflitto.

Difendere la libertà di parola va bene, ma solo finché quella parola non infastidisce, finché non si va ad intaccare un tema intoccabile. È il trionfo dei due pesi e due misure: la libertà si trasforma in arma retorica, non in valore condiviso.

E così, lentamente, le persone imparano a tacere. A non dire davvero ciò che pensano, ma ciò che conviene pensare. Ci si adegua per paura di essere esclusi, marchiati, ridicolizzati. Si diventa paladini delle opinioni altrui e prigionieri delle proprie. Il risultato è una società in cui si predica la libertà, ma si pratica la vergogna. Vergogna di avere un pensiero non approvato, anche quando è onesto, civile e lecito.

Viviamo in un tempo in cui l’indignazione è selettiva. Si rivendica il diritto di esprimersi, ma si pretende contemporaneamente di silenziare chi non si allinea. È un paradosso profondo: l’illusione di essere liberi perché si può parlare, quando in realtà si è liberi solo di ripetere ciò che è approvato, pena la gogna mediatica, l’esclusione da cerchie autodefinite inclusive. Non è più la censura dall’alto a limitarci, ma quella orizzontale, sociale, quotidiana, fatta di etichette e scherni.

La “Tolleranza” è diventata una maschera, dietro la quale si nasconde il disprezzo per il dissenso. Eppure, la vera tolleranza non si misura con chi ci assomiglia, ma con chi ci mette in discussione. Il dibattito non è una minaccia: è la prova di maturità di una società. Ma se ogni opinione contraria viene accolta con l’urlo, lo slogan o la cancellazione, ciò che resta non è più pluralismo: è conformismo.

E questo conformismo è un’arma a doppio taglio, perché un’idea, per quanto nobile, perde significato e forza quando viene portata avanti da chi si sente in dovere di farlo, spinto da pressioni sociali e non da convinzione. Così le battaglie cessano di essere tali: diventano slogan da social, parole d’ordine recitate a memoria, filastrocche senza anima ripetute solo per fare parte di qualcosa. E quando un’idea smette di nascere dal pensiero e vive solo nella voce del branco, non è più libertà, ma automatismo.

Abbiamo smarrito la capacità di discutere senza distruggere. E quando non si riesce più a distinguere un’idea da un nemico, il pensiero è già morto. La libertà di espressione non ha bisogno di custodi armati di pregiudizi, ma di persone capaci di ascoltare anche ciò che non vogliono sentire. Perché la libertà o è di tutti o non è di nessuno.

Come ricordava Sandro Pertini:
“Io combatto la tua idea che è contraria alla mia, ma sono pronto a battermi sino al prezzo della mia vita perché tu la tua idea la possa esprimere sempre liberamente.”

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