La realtà non comincia dall’oggetto

Per molto tempo abbiamo pensato il mondo come un teatro popolato da cose. Prima la cosa, poi la relazione. Prima il corpo, poi l’urto. Prima l’oggetto, poi lo sguardo. La filosofia, la fisica e perfino il linguaggio ordinario si sono spesso mossi dentro questa grammatica: esistono entità definite, dotate di proprietà, che successivamente entrano in rapporto tra loro. Il mondo sarebbe dunque una collezione di oggetti, e l’interazione un evento secondario, quasi un accidente che capita a ciò che già è. Ma forse questa immagine è meno ovvia di quanto sembri. Forse è solo una comodità mentale, una strategia narrativa con cui rendiamo stabile ciò che, in origine, stabile non appare. L’idea che si debba descrivere direttamente l’interazione, invece di partire dall’oggetto, non è una semplice inversione tecnica. Significa chiedersi se l’oggetto sia davvero il punto di partenza della realtà o se non sia, piuttosto, il risultato condensato di una rete di rapporti.

Il nostro modo abituale di pensare tradisce un pregiudizio sostanzialistico. Quando vediamo una mela sul tavolo, diciamo: “C’è una mela”. Non diciamo: “Si produce in me un certo campo di stimoli visivi, tattili, mnemonici e concettuali che viene organizzato come mela”. Eppure, dal punto di vista dell’esperienza, la seconda formulazione è più vicina al processo effettivo. Noi non incontriamo mai l’oggetto in sé come blocco metafisico già confezionato. Riceviamo segnali, differenze, pressioni, riflessi, resistenze. Il cervello non accede alla cosa: lavora sugli effetti della cosa, o meglio sugli effetti di una relazione tra il corpo, l’ambiente e i sistemi percettivi.
La percezione non è una finestra trasparente aperta sul reale. Il fotone che colpisce la retina non porta con sé la “mela” come contenuto già scritto. Porta una perturbazione. Da quella perturbazione, attraverso una catena di elaborazioni, il sistema nervoso costruisce una forma stabile, riconoscibile, manipolabile. L’oggetto non viene semplicemente visto: viene dedotto. La realtà percepita è una teoria operativa che il corpo produce per orientarsi.

Qui si apre il punto filosoficamente decisivo: se la conoscenza parte dall’interazione, perché la nostra ontologia dovrebbe partire dall’oggetto? Perché assumere come fondamento ciò che forse è già una conclusione?

La fisica moderna ha già incrinato l’immagine ingenua della cosa isolata. Un elettrone non si offre come minuscola pallina dotata di contorni intuitivi. Le sue proprietà emergono nel contesto delle misure, cioè delle interazioni. Anche nella fisica dei campi, ciò che chiamiamo particella può essere inteso come eccitazione di un campo. La materia, guardata abbastanza in profondità, perde la familiarità dell’oggetto compatto. Rimangono relazioni, trasformazioni, vincoli, scambi di energia, simmetrie, rotture di simmetria.
Non si tratta di negare l’esistenza degli oggetti. Sarebbe una conclusione teatrale e inutile. Gli oggetti esistono, ma forse non nel modo primario in cui li immaginiamo. Esistono come stabilizzazioni. Sono nodi persistenti dentro una trama di interazioni. Una sedia è un oggetto per il corpo che può sedersi, per la luce che la rende visibile, per la mano che ne sente la superficie, per il linguaggio che la distingue dal tavolo, per la memoria che ne conserva l’uso. Fuori da ogni relazione possibile, la nozione stessa di sedia diventa vuota. Non perché la sedia sia un’illusione, ma perché il suo essere-oggetto dipende da un regime di accessibilità, resistenza e funzione.

La tradizione metafisica occidentale ha spesso cercato il reale sotto forma di sostanza: ciò che permane al di là dei cambiamenti. Ma una filosofia dell’interazione suggerisce un’altra via: il reale non è ciò che resta quando togliamo le relazioni; è ciò che si manifesta attraverso la loro coerenza. Non il supporto nascosto dei fenomeni, ma la regolarità che consente ai fenomeni di rispondere. Una cosa è reale perché entra in rapporti non arbitrari, produce effetti, oppone vincoli, mantiene una struttura attraverso trasformazioni.

Questa prospettiva modifica anche il rapporto tra soggetto e mondo. Se parto dall’oggetto, il soggetto appare come spettatore: c’è qualcosa là fuori e qualcuno qui dentro che lo osserva. Se parto dall’interazione, questa separazione diventa meno netta. Il vedere è un evento che coinvolge simultaneamente luce, corpo, sistema nervoso, ambiente e memoria. Il soggetto non è fuori dal mondo che conosce. È una regione del mondo capace di registrare, selezionare e interpretare interazioni.

Questo non implica cadere nel soggettivismo. Dire che l’oggetto è inferito non significa dire che è inventato arbitrariamente. Il cervello non può costruire qualsiasi mondo. Le sue ipotesi devono funzionare. Devono permettere al corpo di afferrare, evitare, prevedere, distinguere. L’interazione è proprio ciò che impedisce all’esperienza di dissolversi in fantasia privata. Il reale corregge continuamente le nostre inferenze. La tazza che credo vuota può rivelarsi piena quando la sollevo. Il pavimento che immagino stabile può tradirmi se cede. L’oggetto è una previsione riuscita finché il mondo non la smentisce. Conosciamo ciò con cui possiamo interagire, direttamente o indirettamente. Anche gli enti più astratti della scienza entrano nel sapere attraverso tracce, misure, deviazioni, correlazioni. Nessuno “vede” una particella come vede un sasso. Si osservano eventi in un rivelatore, firme matematiche, distribuzioni statistiche. L’oggetto scientifico è spesso il nome compatto dato a una stabilità ricorrente dentro un apparato di interazioni controllate.

Questo punto ha conseguenze profonde. Se prendiamo sul serio il primato dell’interazione, dobbiamo smettere di immaginare la realtà come un inventario e cominciare a pensarla come una grammatica dinamica. Non una stanza piena di cose, ma un sistema di possibilità di risposta. L’essere di qualcosa coincide, almeno in parte, con il modo in cui può agire e subire, informare ed essere informato, perturbare ed essere perturbato.

La stessa persona umana, vista così, è un intreccio di memoria, corpo, linguaggio, desideri, relazioni sociali, abitudini percettive. Anche l’io è una stabilizzazione. Ci percepiamo come continui perché il cervello organizza il flusso in una forma narrativa sufficientemente coerente. Non siamo prima individui isolati che poi entrano in relazione. Siamo individui perché certe relazioni biologiche, affettive e simboliche ci hanno formato come centri relativamente stabili di esperienza.

La difficoltà è che il linguaggio resiste a questa rivoluzione. Le nostre frasi chiedono soggetti e predicati. “La pietra cade”, “il corpo si muove”, “la luce colpisce”. La grammatica tende a solidificare processi in cose. È utile, ma ingannevole. Ci permette di agire rapidamente, di comunicare, di classificare. Tuttavia, quando la trasformiamo in metafisica, rischiamo di scambiare la struttura della frase per la struttura del mondo. Forse molte dispute filosofiche nascono proprio da qui: dal prendere i nomi troppo sul serio.

Descrivere direttamente l’interazione significa tentare una disciplina dello sguardo. Vuol dire chiedere sempre: attraverso quali rapporti questo ente appare? Quali operazioni lo rendono misurabile? Quali vincoli ne stabilizzano l’identità? Quali interazioni lo farebbero mutare, dissolvere, emergere? L’oggetto non viene abolito; viene ricollocato.

Questa visione ha anche una forza critica rispetto al nostro tempo. Viviamo immersi in sistemi che continuiamo a descrivere come se fossero oggetti semplici: il mercato, l’identità, la mente, l’algoritmo, la natura, la società. Li nominiamo e crediamo di averli compresi. Ma ciascuno di questi termini indica reti di interazione. Pensare per oggetti produce spesso false semplificazioni; pensare per relazioni costringe a seguire le dipendenze, le retroazioni, le condizioni di emergenza. È meno comodo, ma più onesto.

Il punto non è sostituire una metafisica ingenua dell’oggetto con una retorica vaga della relazione. “Tutto è relazione” può diventare una formula vuota quanto “tutto è materia”. La questione vera è più rigorosa: quali interazioni generano stabilità? Quali differenze producono informazione? Quali strutture resistono al mutamento? Quali livelli descrittivi sono legittimi in base al tipo di fenomeno? Un pensiero dell’interazione cerca invece di capire come, dal flusso, emergano forme riconoscibili.

In questo senso, l’oggetto è una conquista, non un dato primitivo. È il risultato di una selezione: tra infinite variazioni, alcune configurazioni si mostrano abbastanza stabili da essere nominate. La mente, la scienza e il linguaggio lavorano tutte in questa direzione: comprimono complessità in unità maneggevoli. Ma la compressione non deve essere confusa con l’origine. La mappa non viene prima del territorio, e l’oggetto non viene necessariamente prima dell’interazione che lo rende accessibile.

Forse la filosofia dovrebbe imparare dalla percezione più di quanto abbia fatto. Il cervello non si chiede che cosa sia una cosa in assoluto prima di reagire. Registra differenze, costruisce ipotesi, aggiorna modelli. La sua verità è operativa prima che contemplativa. Vedere significa prevedere il comportamento possibile di ciò che appare: posso afferrarlo, evitarlo, attraversarlo, urtarlo, usarlo? In questa economia vivente, l’oggetto è il nome di una regolarità d’azione.

Pensare così non impoverisce il reale. Al contrario, lo rende più denso. L’oggetto isolato è povero: una finzione di autosufficienza. L’interazione restituisce profondità, perché mostra che ogni cosa è attraversata da ciò che la rende possibile. Una stella non è solo una sfera luminosa, ma un equilibrio di forze, reazioni, emissioni, gravità, tempo. Un volto non è solo una forma, ma un campo di riconoscimento, memoria, espressione, attesa. Perfino una pietra, nella sua apparente immobilità, è un episodio di stabilità dentro processi fisici, geologici e percettivi.

La domanda, allora, non è più soltanto: che cos’è questo? Diventa: in quali interazioni questo diventa qualcosa?

Qui si gioca il passaggio da una filosofia della cosa a una filosofia dell’evento. Il mondo non è meno reale perché viene compreso attraverso interazioni; è reale proprio perché interagisce. Ciò che non può in alcun modo produrre differenza, direttamente o indirettamente, resta fuori dal campo del conoscibile e forse anche da quello dell’essere significativo. L’oggetto è la quiete apparente dell’interazione. È il volto stabile di un processo che abbiamo imparato a riconoscere. Continuare a pensarlo come fondamento assoluto significa restare prigionieri di una metafisica della superficie. La realtà, guardata più attentamente, sembra fatta di rapporti che, quando raggiungono una certa coerenza, ci autorizzano a parlare di cose.


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