Le armi ad energia diretta rappresentano uno di quei casi in cui la fantascienza ha anticipato il futuro. Prima ancora di assumere una forma concreta nei centri di ricerca, queste tecnologie hanno abitato l’immaginario pop come sostituti delle armi “a proiettili” e superando i limiti imposti dalla balistica. Oggi, le Directed Energy Weapons, o DEW, non sono più solo un elemento narrativo, ma sistemi reali, inseriti in programmi di sviluppo, sperimentazione e, in alcuni casi, già operativi. Secondo la definizione dell’Ufficio per la Ricerca Navale statunitense, si tratta di sistemi elettromagnetici in grado di convertire energia chimica o elettrica in energia radiante concentrata, sufficiente a respingere, degradare, danneggiare, o distruggere il bersaglio. Alla base vi è un funzionamento concettualmente semplice: concentrare una grande quantità di energia su un obiettivo sotto forma di radiazione elettromagnetica (EM), eliminando la necessità di un vettore cinetico, analogamente a ciò che avviene con la luce solare focalizzata tramite una lente di ingrandimento.
Le DEW comprendono famiglie tecnologiche differenti. Le più note sono quelle basate su laser ad alta energia (HEL), capaci di colpire grazie a un fascio coerente nella banda del visibile o in regioni adiacenti dello spettro elettromagnetico. Lo stesso acronimo “L.A.S.E.R.” descrive il processo fisico che ne consente il funzionamento, ossia: l’amplificazione della luce mediante emissione stimolata di radiazioni. Accanto a queste, si stanno affermando sistemi basati su microonde ad alta potenza (HPM) o radiofrequenze ad alta potenza (HPRF), caratterizzati da frequenze inferiori con effetti sull’elettronica di bordo dei bersagli.
Lo sviluppo delle armi ad energia diretta affonda le sue radici nella Guerra Fredda, quando Stati Uniti e Unione Sovietica investirono ingenti risorse nello studio di sistemi capaci di intercettare missili balistici o di accecare satelliti in orbita. Molti di questi programmi rimasero confinati alla fase concettuale o sperimentale, penalizzati da limiti tecnologici e costi proibitivi, come il sovietico Beriev A-60. Con il progressivo avanzamento dell’elettronica e delle tecnologie di generazione e gestione dell’energia elettrica, l’attenzione si è spostata da grandi sistemi strategici a soluzioni per l’impiego tattico. Un punto di svolta significativo è stato raggiunto quando la US Navy, attraverso il progetto MIRACL, riuscì ad ottenere potenze superiori al megawatt per intervalli di tempo nell’ordine delle decine di secondi. Tuttavia, la vera accelerazione è arrivata nel XXI secolo, con il mutamento degli scenari bellici e la proliferazione di minacce a basso costo, come droni e munizioni circuitanti, capaci di saturare sistemi di difesa tradizionali basati su intercettori costosi e numericamente limitati. In questo contesto, le DEW sono elementi di integrazione a difese multilivello. Il loro impiego si colloca in ruoli specifici, come la difesa contro velivoli a pilotaggio remoto (C-UAS), la protezione contro razzi, colpi d’artiglieria e di mortaio (C-RAM) e la difesa aerea a corto raggio (SHORAD). La tabella di marcia del Ministero della Difesa (DoD) statunitense distingue queste armi in classi di potenza crescenti (e di adozione): sistemi tra 1 e 100 kW, già dispiegati; sistemi tra 200 e 500 kW, in fase di sviluppo per contrastare missili da crociera o per l’impiego aviotrasportato; e sistemi della classe dei megawatt, destinati a missioni strategiche previsti dopo il 2030.
Le HEL-DEW agiscono principalmente attraverso il trasferimento di energia termica al bersaglio. In modalità continua, il danno aumenta proporzionalmente al tempo di puntamento del fascio sull’obiettivo; in modalità pulsata, invece, l’energia può anche vaporizzare il gas in prossimità della superficie colpita, generando esplosioni dei vapori e conseguenti onde d’urto. Questi effetti richiedono un controllo estremamente preciso del fascio, la cui focalizzazione è resa complessa da limiti fisici invalicabili e dalle perturbazioni atmosferiche. Fenomeni come il “thermal blooming”, la ionizzazione e la rottura dielettrica dell’aria impongono vincoli severi alla densità di potenza e alla portata utile delle HEL-DEW in atmosfera.
Nel corso degli anni sono stati sviluppati numerosi dimostratori prototipi e sistemi funzionanti. Tra i più noti vi è il sistema Boeing YAL-1A, un laser della classe del megawatt installato su una piattaforma aerea derivata da una cellula di B747-400F. Concepito per l’intercettazione di missili balistici nella fase di boost, venne finanziato nel 1996, dal DoD per 1,1 miliardi di dollari statunitensi. Il Lockheed Martin HELIOS da 60-150kW, imbarcato sul cacciatorpediniere USS Preble della classe Arleigh Burke come complemento di AEGIS, ha recentemente abbattuto uno sciame di quattro droni durante una dimostrazione. La Russia avrebbe ripreso i test sull’A-60 con il sistema antisatellite Sokol-Echelon e il dispiegamento del sistema di difesa aerea Peresvet. In Europa, il progetto britannico DragonFire per uso imbarcato – frutto di una collaborazione tra il Defence Science and Technology Laboratory ed un consorzio industriale guidato da MBDA UK con Leonardo e QinetiQ – ha ricevuto un investimento di circa 100 milioni di sterline e ha effettuato con successo test di tiro contro bersagli aerei (anche in movimento) con costi per “colpo” apri a 10 sterline. Il DragonFire ha dimostrato un’accuratezza paragonabile al “colpire una sterlina da un chilometro di distanza”. Israele ha dimostrato la scalabilità delle sue HEL-DEW abbattendo un paio di droni con un sistema laser, sviluppato da Elbit Systems, aerotrasportato su un CESSNA 208B. Inoltre, lo stato ebraico avrebbe già testato in combattimento “Iron Beam”, un sistema di difesa aerea complemento del più noto Iron Dome (qui per approfondire). Infine, anche la Turchia avrebbe già impiegato operativamente il sistema Roketsan ALKA, capace di neutralizzare bersagli a distanze di 500-1.000m, durante il conflitto in Libia.
Diverso è l’approccio delle HPM-DEW, progettate per colpire le componenti di comando, controllo, comunicazione e calcolo (C4) dei bersagli. Sono simili alla componente RADAR adibita all’emissione delle onde EM; e gli sviluppi riguardo i “phased array” possono servire a ridurne la scarsa direzionalità. Grazie a questi sistemi, la neutralizzazione non implica necessariamente la distruzione dell’obiettivo, ma la degradazione dell’elettronica di bordo. Ciò apre scenari nuovi, in cui le operazioni di recupero e retroingegnerizzazione totale del bersaglio sono semplificati. Queste armi, pur avendo un raggio d’azione inferiore rispetto ai laser, risultano particolarmente efficaci contro sciami di droni. L’impiego di fucili antidrone nel conflitto ucraino, ad esempio, ha evidenziato come tali tecnologie possano influenzare direttamente le tattiche avversarie, spingendo all’uso di soluzioni alternative come droni filoguidati. Il russo Ranets-E, basato su veicoli ruotati, e lo statunitense THOR aerotrasportato sono esempi di questa tecnologia. Esistono anche bombe a microonde. Queste, non dovendo preservare il dispositivo che genera l’impulso, possono generare onde a maggior energia. Inoltre, potendo raggiungere il bersaglio come una qualsiasi altra testata, possono colpire obiettivi protetti ed in profondità nel territorio nemico.
Dal punto di vista industriale, le DEW sono un indicatore di maturità tecnologica e autonomia strategica, tanto che le tecnologie di trasduzione ed i generatori di microonde sono sottosistemi che rientrano nel Golden Power nazionale. Il mercato globale delle DEW è in rapida crescita, con stime che indicano un valore superiore ai dieci miliardi di dollari e prospettive di raddoppio nel prossimo decennio.
Il confronto con i sistemi cinetici tradizionali mette in luce una differenza non solo tecnologica, ma anche dottrinale. Le armi convenzionali offrono flessibilità e capacità distruttiva, ma sono vincolate da logistica, scorte di munizioni e tempi di ricarica. Le DEW, al contrario, promettono un numero virtualmente illimitato di ingaggi, subordinato unicamente alla disponibilità energetica e alla gestione termica. Questa caratteristica le rende particolarmente adatte a scenari di saturazione, pur restando sensibili alle condizioni ambientali e limitate nella portata. La scalabilità e la fonte energetica sono i principali problemi ingegneristici relativi a queste armi. Altri problemi sono che le HPM/HPRF-DEW non possono distinguere tra amici e nemici, coinvolgendo tutti gli apparecchi presenti nel raggio d’azione; e, più in generale, le DEW hanno portata inferiore alle armi cinetiche, dato che le perdite di potenza aumentano con la distanza al quadrato. In ogni caso, per gli Stati Uniti: “La tecnologia incarnata nella Terza Strategia di Compensazione – basata su IA e Machine Learning – permetterà agli USA di combattere alla velocità delle macchine, potendo fronteggiare il nemico in maniera asimmetrica, anche se questo possiede arsenali di pari livello. Ora bisogna pianificare ed attivare la quarta, alla velocità della luce, incentrata sulle DEW, per ricreare quel gap tecnologico che gli USA non possiedono più sui loro rivali, come Cina e Russia”. In prospettiva, la possibilità di colpire alla “velocità della luce” alimenta visioni strategiche ambiziose, come l’intercettazione di missili balistici nella fase iniziale del volo, quella definita “di boost”. Queste speranze trovano rassicurazioni nell’impossibilità di difendere i sistemi elettronici da queste armi, se non schermandoli con ingombranti gabbie di Faraday.
Accanto agli aspetti tecnici e strategici, emergono interrogativi etici e normativi. L’assenza di munizionamento fisico e la possibilità di effetti invisibili complicano la regolamentazione dell’uso di queste armi, soprattutto nei confronti del personale umano. Un esempio è l’Active Denial System statunitense, basato su onde EM millimetriche, concepito come strumenti non letali per il controllo delle folle, interagisce con le molecole d’acqua e di grasso nel corpo umano: l’uso sul corpo umano determina una sensazione di calore diffuso; ed è capace di innalzare la temperatura corporea anche oltre i 40°C. Per questi motivi, le Nazioni Unite monitorano gli sviluppi riguardo le DEW per limitarne l’uso sugli esseri umani, in quanto capaci di provocare “lesioni superflue o sofferenze non necessarie”.
In definitiva, le armi ad energia diretta non rappresentano né la realizzazione definitiva delle promesse della fantascienza né una soluzione universale ai problemi della difesa moderna. Sono piuttosto il risultato di un’evoluzione lunga e complessa, fatta di compromessi, avanzamenti graduali e nuove vulnerabilità. In un contesto operativo caratterizzato da minacce rapide, distribuite e tecnologicamente sofisticate, le DEW offrono una risposta alternativa, basata non sulla massa o sulla velocità balistica, ma sulla capacità di controllare e dirigere l’energia. È in questo passaggio, dalla forza cinetica alla forza energetica, che si intravede una delle possibili chiavi interpretative della guerra del futuro.



