Si dice che la legge sia uguale per tutti

C’è una frase che in Italia si vede spesso all’ingresso dei tribunali: “La legge è uguale per tutti”. È un’affermazione che rassicura, perché promette una geometria morale semplice: lo stesso metro, lo stesso peso, la stessa tutela. Ma appena ci si avvicina alla porta, l’idea si incrina. Non serve ancora parlare di sentenze, di prove, di torti e ragioni. Basta domandarsi quanto costa essere ascoltati. E lì, in quella domanda apparentemente pratica, si apre una questione filosofica più ruvida: se l’accesso ha un prezzo, l’uguaglianza resta un principio o diventa un’ornamentazione.

Immaginiamo una scena ordinaria, senza eroismi. Un artigiano ha eseguito un lavoro, il cliente non paga. La cifra non è enorme, ma è sufficiente a pesare sul mese. L’artigiano prova con le telefonate, con i messaggi, con l’imbarazzo che cresce. Ogni volta che riprende l’argomento, sente di chiedere un favore invece di rivendicare un diritto. A un certo punto qualcuno gli dice: “Fai causa”. Lo dice con la stessa leggerezza con cui si consiglia un antibiotico. E l’artigiano, che non è ingenuo, capisce subito che “fare causa” non è un gesto: è un percorso. Un percorso che richiede tempo, competenze, denaro. Un percorso che, prima ancora di iniziare, domanda una forma di capitale che non è distribuita in modo uguale.
La nostra Costituzione tiene insieme due frasi che, lette una accanto all’altra, hanno una tensione quasi fisica. Da un lato afferma che tutti sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni anche di “condizioni personali e sociali”; dall’altro garantisce che “tutti possono agire in giudizio” e che ai non abbienti sono assicurati “i mezzi per agire e difendersi”. Nello stesso articolo 3, però, la Repubblica si impegna a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. È un dettaglio decisivo: l’uguaglianza non è solo un enunciato, è un compito. E se il costo dell’accesso diventa un ostacolo, non è più un problema privato; è un punto in cui la promessa rischia di restare incompleta.

La giustizia, per funzionare, è costosa anche perché la decisione su un conflitto richiede un metodo: regole, termini, atti, notifiche, udienze, motivazioni. Ogni passaggio è un filtro e ogni filtro ha un costo. Anche il solo “iscrivere a ruolo” una causa civile prevede un contributo, con importi che variano in base al valore della controversia: la disciplina è nel Testo unico sulle spese di giustizia (D.P.R. 115/2002). A questi oneri si sommano spesso notifiche, copie, consulenze tecniche. Nulla di tutto ciò è scandaloso: è amministrazione. Ma la somma diventa un pedaggio, e il pedaggio seleziona.

Quando si dice “minimo mille euro”, di solito si allude alla parte meno visibile della spesa: il lavoro professionale. Un giudizio non è un modulo da compilare, è una lingua. La lingua del diritto si impara, si allena, si pratica. Come tutte le lingue specialistiche, crea dipendenza da chi la parla. In molti casi la rappresentanza tecnica è obbligatoria: l’ordinamento, con realismo, presume che non si possa pretendere da chiunque la capacità di orientarsi tra eccezioni, competenze, preclusioni. Davanti al Giudice di pace la difesa personale è ammessa solo per cause di valore contenuto, e fuori da quelle ipotesi entra in gioco l’assistenza di un difensore, salvo autorizzazione. Questo non è un complotto: è il riconoscimento della complessità. Però la complessità, per chi vive di salari o di margini stretti, non è neutra. È una barriera.

C’è poi un costo che non si vede in fattura ma che pesa più di qualunque parcella: il tempo. I tempi della giustizia civile, pur in miglioramento, restano una variabile centrale e spesso lunga. Il Ministero della Giustizia pubblica monitoraggi che fissano obiettivi e durata per grado di giudizio, proprio perché la durata è un indicatore sensibile e politico. Il tempo, in un conflitto, non è solo attesa. È pressione. Chi ha risorse può permettersi di aspettare, e talvolta di far aspettare. Chi non le ha, vive ogni rinvio come una sottrazione: ore di lavoro perse, spostamenti, giornate intere consumate per una firma o un deposito. La giustizia lenta non è uguale per tutti, perché la lentezza ha un prezzo differente a seconda della vita di chi la subisce.

A questo si aggiunge un rischio che spesso funziona da deterrente prima ancora che la causa inizi: la possibilità di essere condannati a rimborsare le spese dell’altra parte se si perde. Il principio generale è scritto nel codice di procedura civile: la sentenza può porre le spese a carico della parte soccombente. Anche quando un cittadino ritiene di avere buone ragioni, l’incertezza tecnica del processo trasforma la tutela in scommessa. E una scommessa, se il portafoglio è corto, non è libertà: è esposizione.

La spesa economica e quella temporale si intrecciano con un’altra forma di diseguaglianza, più sottile e forse più crudele: la diseguaglianza di conoscenza. Sapere che cosa chiedere, quando chiederlo, a chi rivolgersi, che documenti servono, come si calcola un termine, che valore ha una prova, è già mezza partita. In teoria il diritto è pubblico e accessibile. In pratica è distribuito come l’alfabetizzazione: esiste, ma non tutti lo possiedono allo stesso modo. Un cittadino che ha frequentato ambienti in cui si discute di contratti, clausole, responsabilità, entrerà in una controversia con un’altra postura rispetto a chi scopre in ritardo che una firma pesa, che un silenzio può essere interpretato, che un termine scade.

È qui che la formula “uguale per tutti” rivela il suo limite più reale. La legge può essere uguale nel testo e diseguale nella traiettoria. Può trattare allo stesso modo due persone che arrivano al processo con strumenti diversi. E trattare allo stesso modo, quando le condizioni di partenza sono diverse, non è sempre giustizia: è indifferenza regolata. La parità formale evita favoritismi dichiarati, impedisce arbitrii grossolani. Ma se non è accompagnata da una parità di accesso, produce un paradosso: offre a tutti lo stesso diritto di aprire una porta, purché possiedano la chiave.

L’ordinamento, va detto, non ignora del tutto questo problema. Esistono istituti che tentano di compensare. Il patrocinio a spese dello Stato è pensato per garantire una difesa anche a chi non può sostenerne i costi; il Ministero della Giustizia spiega condizioni e procedure, e il limite di reddito viene aggiornato periodicamente. Un decreto del 2025 ha portato la soglia a 13.659,64 euro di reddito imponibile annuo. È una cifra che, per molti, resta fuori da una precarietà che non si misura bene nei moduli. Si può essere “non abbastanza poveri” per l’aiuto pubblico e “troppo poveri” per sostenere una causa con serenità. In quello spazio grigio, l’uguaglianza diventa una questione di resistenza più che di diritto.

Anche i percorsi alternativi al processo, come la mediazione, nascono con l’intenzione di ridurre conflitti e costi, favorendo soluzioni rapide. Ma pure la mediazione ha un prezzo, disciplinato da regole e tabelle: il D.M. 150/2023, pubblicato in Gazzetta Ufficiale, definisce criteri e indennità per gli organismi. Non è un difetto: è il fatto che anche la composizione amichevole richiede lavoro. Il punto, ancora una volta, è che ogni passaggio aggiunge un gradino.

Di fronte a queste barriere, a volte si costruiscono corridoi laterali. Esistono reti di assistenza legale pro bono e, in alcune università, cliniche legali che offrono orientamento su casi reali. Non è una cura miracolosa, ma un segnale: quando l’accesso è difficile, qualcuno prova a redistribuire almeno un po’ di competenza e di ascolto.

Il risultato è che la giustizia, spesso, non distingue solo tra chi ha ragione e chi ha torto. Distingue tra chi può permettersi di far valere la ragione e chi deve negoziare al ribasso, anche quando non vorrebbe. Molte ingiustizie quotidiane restano tali non perché manchi una norma, ma perché manca la possibilità concreta di attivarla. La frase “non ne vale la pena” non è quasi mai una valutazione morale: è un bilancio economico. Vale la pena spendere mille, duemila, forse di più, per recuperarne altrettanti? Vale la pena rischiare di perdere e pagare anche le spese dell’altro? Vale la pena consumare mesi o anni in una disputa, mentre la vita va avanti e chiede altre priorità? Questa contabilità è una forma di censura che nessuno scrive ma che molti applicano a se stessi.

C’è un’altra asimmetria, meno raccontata perché non fa rumore: il contenzioso come strategia. Chi ha strutture legali interne, chi è abituato a trattare con avvocati, chi può sostenere una linea difensiva lunga, talvolta non cerca nemmeno di “vincere” nel senso comune. Cerca di spostare il peso. Prolungare, moltiplicare eccezioni, chiedere rinvii legittimi, aprire tavoli e chiuderli, non è necessariamente abuso: è uso delle possibilità offerte dal sistema. Ma l’effetto è che il costo dell’accesso diventa anche uno strumento di potere. Non serve violare la legge per rendere difficile la vita all’altro: basta restare dentro le regole e avere più fiato.

Qui la domanda iniziale cambia tono. Non è più “la legge è uguale per tutti?”. È “uguale rispetto a che cosa?”. Rispetto al testo, sì. Rispetto al gesto di entrare in aula, forse. Ma rispetto alle condizioni di partenza, no. Perché la giustizia, come qualunque istituzione complessa, non opera nel vuoto. Si appoggia su una società che produce diseguaglianze di reddito, di istruzione, di tempo libero, di reti sociali. E il processo, invece di neutralizzarle, spesso le registra.

Un esempio aiuta più di mille definizioni. Un lavoratore precario subisce un danno: un contratto non rispettato, un pagamento trattenuto, un rimborso negato. La cifra è concreta, ma non è abbastanza grande da giustificare mesi di tensione. Se quel lavoratore ha un sindacato, un consulente, un amico avvocato, la questione prende forma, diventa percorribile. Se è isolato, la stessa norma resta distante. La differenza non è nella legge: è nel contesto che permette alla legge di esistere davvero. E quel contesto, spesso, coincide con denaro e conoscenza.

Dire tutto questo non significa negare la funzione del diritto. Al contrario: significa prenderlo sul serio. Se la giustizia fosse solo un ideale, potremmo consolarci con la retorica. Ma la giustizia è anche un servizio pubblico. Le barriere economiche e cognitive non sono “colpe” di qualcuno in particolare; sono effetti prevedibili di un sistema complesso, che richiede correzioni continue.

C’è un’obiezione, inevitabile e onesta. Un processo non può essere gratuito per tutti e sempre, perché la collettività pagherebbe comunque. E una causa temeraria ha un costo sociale: intasa gli uffici, rallenta altri procedimenti, spreca risorse. È vero. Ma questa obiezione non chiude la questione, la sposta. Il problema non è abolire ogni prezzo, ma capire quale prezzo è compatibile con un diritto che si dichiara universale. Se l’accesso diventa un lusso, la giurisdizione si trasforma in un bene di consumo. E un bene di consumo, per definizione, non è per tutti.

La frase scolpita nei palazzi di giustizia, allora, andrebbe letta come una promessa incompiuta, non come una fotografia. La legge può essere uguale, ma l’uguaglianza ha bisogno di strumenti, di semplificazioni intelligenti, di informazione diffusa, di sostegni reali a chi è in difficoltà. Altrimenti resta una formula che somiglia a una verità e che però funziona come un invito selettivo.

Quando un cittadino rinuncia a far valere un diritto perché non può sostenere l’ingresso, non sta semplicemente “lasciando perdere”. Sta accettando una piccola ridefinizione del mondo: l’idea che la tutela non sia un terreno comune ma una possibilità per chi arriva attrezzato. È un adattamento silenzioso, quasi razionale, ma corrosivo. Perché la fiducia nelle regole non si spezza con un grande scandalo; spesso si consuma con cento rinunce private, con cento “non conviene”, con cento torti subiti e messi da parte per necessità.

Ecco la crudezza finale, senza retorica. Se per varcare quella porta servono almeno mille euro, o comunque un capitale di tempo e competenze, allora la legge non è uguale nel modo in cui ci piace ripeterlo. È uguale nella sua facciata, mentre l’accesso resta diseguale. Il compito di una società matura non è fingere che non sia così, né trasformare la constatazione in rancore. È guardare quel pedaggio per ciò che è: una scelta politica e culturale, che decide chi può parlare e chi deve tacere.


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