Si sentono spesso critiche mosse alla Chiesa Cattolica per non essere al passo coi tempi. Di come, in particolare, questa non riesca a catturare l’attenzione di grandi e piccini. Specialmente qui, in Occidente, dove l’“oppio dei popoli”, per alcuni, non ha più ragion d’essere. Se esistessero effettivamente altre forme, oltre alle funzioni religiose, al catechismo nel fine settimana e all’ora di religione a scuola, di insegnamento per questa Fede che sembra tremante come un fiammifero al vento?
È il caso de La Leggenda di Bagger Vance: lungometraggio drammatico a tema sportivo del 2000, tratto dall’omonimo romanzo. Interpreti principali: Will Smith, Matt Damon, Charlize Theron e J. Michael Moncrief. Regia di Robert Redford.
La storia si svolge nella city di Savannah, stato della Georgia, USA, durante la Grande depressione. Rannulph Junuh (Matt Damon), promessa mancata del golf, torna nella sua città natale dopo essere sparito per dieci anni. Grazie ad una concatenazione di eventi che trovano origine nella crisi economica, abbattutasi duramente anche su Savannah, il protagonista torna sul green. Si trova così ad affrontare i due più grandi campioni degli States per un evento che punta a risollevare economia e morale di tutta la cittadina. Questo nonostante una vita lasciata sospesa ed i traumi seguiti alla guerra che gli hanno fatto perdere lo swing e, ancora più importante, il senso della vita.
Leggendo un simile sunto, potremmo classificare questo film come la classica produzione statunitense di discernimento a tema sportivo, dove i protagonisti riescono a superare le difficoltà, prendere in mano la loro vita e continuare lo sport che amano. Invece, in questa storia appare un personaggio atipico, Bagger Vance (Will Smith), che si propone come caddie a Junuh e che non svolge il semplice ruolo del maestro di vita. Vance “incarna” qualcuno di ben più importante: l’esperto e saggio caddie altro non è che emissario di un Dio paterno e fedele.
L’incontro avviene quando, dopo aver accettato di partecipare alla competizione, una notte Junuh prende in mano la mazza da golf per allenarsi (con tremendi risultati). Vance allora esce dal buio, come un miraggio, si presenta e si offre come aiutante, tutto per soli 5$ garantiti (indipendentemente dalla percentuale che un caddie dovrebbe ricevere in caso di vincita). Junuh, però, è dubbioso. Non si fida delle competenze dello straniero e lo mette alla prova; ed ecco che Vance, interrotto più volte da un frettoloso Junuh mentre tenta di spiegargli come vada eseguito il movimento, tira la pallina lontana e con una traiettoria perfetta, senza sollevare un solo filo d’erba. A questo punto, il protagonista non può far altro che accettare i consigli nel neoassunto caddie, il quale gli suggerisce immediatamente di dimenticare tutto ciò che occupa i suoi pensieri e di concentrarsi sul presente. Dopo un attimo di raccoglimento, Junuh riesce a tirare un colpo eccellente, ritrovando quantomeno lo spirito necessario per partecipare alla partita.
Questo incontro avviene nel momento del bisogno, ma non durante la follia della guerra nella quale Junuh si era tuffato eccitato e nemmeno negli anni che lui stesso ha scelto di passare in solitudine. Vance si presenta quando Junuh decide di tornare lì dove serve per far fruttare il suo talento. Proprio quando altri personaggi, altri messaggeri del disegno divino, lo spronano a rimettersi in gioco e lui risponde a questa chiamata, anche se in piena crisi. È proprio attraverso l’incontro con il prossimo che Dio interviene nelle nostre vite, ed è quando noi ci mettiamo al servizio del prossimo in atteggiamento d’ascolto che possiamo accorgerci della Sua vicinanza. Se poi pensiamo alla parabola dei talenti, la metafora con il film è presto detta: Dio dona a noi le capacità, che vanno coltivate; e, man mano che procediamo nel nostro cammino, Dio ci concede le opportunità per metterci alla prova (anche se è rimessa a noi la volontà di accettare). Così Vance chiede a Junuh soli 5$ garantiti. Un ritorno dell’“investimento” fatto verso l’uomo.
Vero è che nessun consiglio, nemmeno uno venuto da Dio, risulta fruttifico se non abbiamo l’umiltà per ascoltare. Inoltre, l’uomo incredulo si arroga spesso il diritto di mettere Dio alla prova, proprio come Junuh fa con Vance; ma prontamente questi lo rimette in riga e, nonostante la mancata Fede, continua ad affiancarlo e guidarlo.
Vance insegna a Junuh che il golf, come la vita, ognuno lo affronta a modo suo. I due rivali di Junuh, ad esempio, trattano questo sport in modi opposti: uno con impegno e costanza calcola ogni tiro affinché esca al meglio; l’altro si affida più alla fortuna, continunando a tentare di modo che almeno un colpo su cinque sia sufficientemente efficace per vincere. La scelta rimane sempre e comunque in mano a ciascuno ed è nostra responsabilità decidere come vivere.
Durante il torneo, Junuh si gusta lo swing ritrovato grazie al consiglio di Vance, ma in un paio di frangenti commette degli errori. Errori derivanti sempre dalla presunzione: persevera nelle sue convinzioni fin tanto che riesce in ciò che fa, ignorando i consigli del caddie. Dopo ogni errore, però, un momento buio lo assale e ricade nella disperazione. Vance lo ammonisce ogni volta, lasciandolo comunque libero di sbagliare. Poi, dopo che Junuh ha “peccato” (non affidandosi al caddie), Vance lo sostiene e lo sprona ancora e ancora.
In una scena, ad esempio, come Gesù racconta parabole nel Vangelo, Vance racconta di suo zio Rufus: quando perse il braccio destro lavorando, imparò ad usare il sinistro; quando perse anche quello, usò la bocca; quando si giocò i denti contro un meritato pugno, usò i piedi; e, quando prese un fungo ai piedi, diventò un ballerino. Questa storia serve anche a noi per imparare a lasciar andare i pesi che ci incatenano ad una visione nichilista e ad accettare il cambiamento, così da poter riprendere a vivere e ad assaporare i successi conseguenti alle sfide che la vita ci propone. Come il golf va giocato una buca alla volta, così la vita deve essere vissuta una fatica alla volta; e come il golf è solo un gioco, così anche la vita è solo un passaggio e non c’è bisogno di abbandonarsi alla disperazione, perché “non c’è anima su tutta la terra che abbia un fardello più pesante di quanto non possa sopportare”.
Vance ricorda a Junuh che la solitudine, nella quale si sente affogare, è data dal suo cinismo nel giudicare la vita, nonostante tutte le persone che lo sostengono siano lì, vicine a lui. Come il piccolo Hardy Greaves (J. M. Moncrief) che non ha mai smesso di credere nelle capacità del suo eroe e che ricorda a tutti i cittadini di Savannah, Junuh compreso, di cosa fosse stato capace in passato. Oppure come Adele Invergordon (Charlize Theron), donna dal forte carattere e testarda, capace di spronare anche nel momento più buio l’uomo che ama e che desidera rivedere al suo massimo splendore.
Poi, quando con l’aiuto di Dio siamo riusciti a riprenderci e a superare quasi completamente l’ostacolo, Lui ci lascia godere il momento senza rubare la scena o pretendere attenzioni. Proprio come quando nel film Vance lascia il green prima dell’ultima buca, saluta Junuh pretendendo i soli 5$ pattuiti e lascia il lavoro di caddie al piccolo Hardy, ormai pronto per l’incarico dopo aver seguito Junuh e Vance per tutto il torneo imparando da quest’ultimo i segreti del mestiere. E come quando, sentendo in lontananza l’esultanza per la vittoria di Junuh, Vance balla di gioia, così Dio lo immagino ballare di gioia quando trionfiamo nelle nostre vite.
La vera fine della “partita” arriva però con la morte: nelle ultime scene del film, mentre un vecchio Hardy Greaves si trova sul green a “giocare il gioco che ama”, un sorridente Vance compare davanti a lui chiamandolo, come si chiama un vecchio amico. Allo tesso modo, Dio ci richiama a sé, gioioso di rivederci, una volta finito il compito per cui ci aveva mandati su questa terra.



