L’Ue è in uno stabile equilibrio di inutilità. Ne è stata riprova lo scoppio della guerra in Iran a seguito degli attacchi statunitensi ed israeliani verso la repubblica islamica. Nessun membro Ue è stato avvertito, nemmeno quelli dell’Alleanza nordatlantica interessati per la loro posizione geografica (come i paesi con sbocco sul Mediterraneo), o quelli riforniti dai paesi interessati dai bombardamenti. Casualmente noi italiani abbiamo fatto una figura ancora più barbina delle altre “potenze” europee. Il nostro Ministro della Difesa, Guido Crosetto, non essendo stato preventivamente avvertito, è rimasto assieme alla famiglia (bloccata a Dubai) per le prime ore degli scontri. Ha poi preso un volo di Stato dall’Oman per tornare in patria. Onestamente, io avrei preferito pagargli, da contribuente, un volo di rappresentanza, magari scortato da quattro aerei da caccia, e vederlo atterrare negli States per chiedere spiegazioni. Avrei preferito, insomma, un’azione dal muso duro (anche solo per scena): qualcosa in stile Crisi di Sigonella.
Gli USA portano avanti almeno dal 2014 una politica di scissione dell’Ue dall’approvvigionamento energetico conveniente, garantita da paesi del Secondo e del Terzo Mondo. Dal 2014, infatti, il deteriorarsi dei rapporti tra USA-Europa e Federazione russa, e culminato con la Guerra russo-ucraina, ha limitato significativamente l’approvvigionamento diretto di gas naturale e greggio ai paesi del vecchio continente. Chiariamo che comunque, grazie alle triangolazioni, molte materie prime che riceviamo sono ancora spesso quelle dei paesi “nemici”, ma aumentati in costo per ogni nodo intermedio. Non meno importante è stato il sabotaggio da parte ucraina, come confermato dal WSJ, ai due gasdotti Nord Stream (uno mai entrato in servizio). Sabotaggio che ha prodotto, in primis, il tracollo industriale della “locomotiva d’Europa”, la Germania. Questo nonostante Kiev abbia continuato a far passare il gas russo sul suo territorio, incamerando le relative provvigioni (“pecunia non olet”). Oltre al danno anche la beffa: la società proprietaria del gasdotto passante per il Mar Baltico, Gazprom, si è rivolta alla Corte di giustizia dell’Unione europea per citare in giudizio il Consiglio dell’Ue, che impedisce alla proprietà interventi sull’ultima condotta ancora sfruttabile.
All’inizio di quest’anno, gli Stati Uniti hanno colpito ancora. L’estradizione forzata a gennaio del presidente venezuelano, Nicolás Maduro, permette a Washington di esercitare influenza sui giacimenti di petrolio e gas naturale del paese dell’America del Sud. Ad oggi, invece, assistiamo allo scambio di bombardamenti tra Teheran e Tel Aviv, ampliato alle forze armate statunitensi nella regione e successivamente ai territori del Golfo Persico. Anche in questo caso il blocco al passaggio delle navi cisterna attraverso lo Stretto di Hormuz aggraverà ulteriormente la situazione energetica europea. Europa che, forse, si affiderà maggiormente alla controparte a stelle e strisce per la fornitura di gas e greggio (ben più dispendiosa, perché unicamente dipendente da navi che devono attraversare un intero oceano). Questo pur considerando che anche gli States hanno avuto nel recente passato dei grattacapi in merito alle quantità di greggio (seppur ordini di grandezza inferiori ai nostri); e che nemmeno loro sembrano avere idee chiare su come portare avanti il conflitto in Medioriente, arrivando a chiedere l’intervento della popolazione, anziché ai partner militari (come avvenne invece per la guerra in Iraq).
Bruxelles forse chiederà, ancora una volta, se preferiamo fare una doccia calda al dì o far vincere gli iraniani. L’ultima volta, contro Putin (non molto tempo fa, anche se sono già passati quattro anni dallo scoppio della guerra in Ucraina), non è finita benissimo. Il presidente russo, infatti, non ha perso. Continua anzi a determinare il ritmo degli scontri ai confini dell’Ue ed accetterà la sconfitta (perché non si parla più di una possibile vittoria) unicamente alle sue condizioni. Nel vecchio continente, invece, ci troviamo davvero quasi senza acqua calda. Paesi come la Spagna già soffrono blackout nazionali ed il rincaro delle bollette mette in ginocchio popolazione ed industria, non solo dei paesi “PIGS” ma pure degli altri membri Ue. Si difendono solamente quelli che, le proprie riserve, le sfruttano. Come gli stati scandinavi, che hanno anche popolazioni numericamente ridotte. Complice invece la scelleratezza “green” capitanata da Bruxelles, altri paesi non possono sfruttare appieno i giacimenti noti, anche solo per calmierare un po’ i prezzi (prima tra tutte l’Italia con le riserve di idrocarburi a due passi, sotto l’Adriatico). Uno dei pochissimi governanti che pensa alla sua nazione, mentre il resto della nave affonda, è il primo ministro ungherese, Viktor Orbán. Il Quale, spesso e volentieri, fa pesare il diritto di veto su questioni europee per calcare la mano. Ad esempio, a fine febbraio, per ripristinare l’approvvigionamento di petrolio tramite l’oleodotto Druzhba al suo paese (interrotto unilateralmente dall’Ucraina a fine gennaio), ha minacciato di tagliare la fornitura di gasolio ed ostacolare i prestiti militari a Kiev, e di opporsi alle sanzioni a Mosca. Ciò considerando anche la fornitura di energia elettrica che Budapest ha garantito alle regioni ucraine in difficoltà fino all’inizio di quest’anno. L’Ungheria non è la sola: anche Repubblica Ceca, Slovacchia, Malta e Cipro risultano scontente delle decisioni europee in ambito energetico. Non a caso, Orbán e Fico sono sulla “lista dei cattivi” dell’Ue.
Ad aiutare noi europei, non arriveranno certo i paesi appartenenti all’OPEC+, men che meno gli States che cercano nuovi importatori (e che già hanno assestato bei colpi alle esportazioni europee con i dazi). I mercati internazionali e finanziari, poi, mai hanno fatto gli interessi della classe media (quasi non riescono a fare i loro di interessi tra una crisi economica mondiale e l’altra). Nemmeno i fornitori delle utenze sono solitamente inclini a diminuire le bollette. Sarebbe quantomeno il caso che l’Ue imponga un taglio alla tassazione sulle materie prime, anziché lasciar fare a certe nazioni (Italia) una “equilibratura” dei costi di gasolio e benzina alla pompa aumentando le accise sull’uno o sull’altra. L’Ue dovrebbe imparare che per poter progettare, costruire e ricaricare veicoli elettrici, a noi tanto cari, la volatilità delle fonti energetiche rinnovabili (che tra l’altro necessitano di impianti onerosi) non basta di certo. Nemmeno governi green, come Pechino, si basano su eolico e fotovoltaico. Anzi, le importazioni di carbone e greggio da parte della PRC sono aumentate negli ultimi anni (oltre alla costruzione massiva di centrali nucleari).
Col continuo aumento delle tensioni internazionali vicine al nostro continente (o su di esso), l’Ue dovrebbe privilegiare i propri interessi anche nell’ottica della sicurezza interna. Se è vero che lo scacchiere internazionale non ci è favorevole da molto, non dobbiamo dimenticare che ogni nazione è vulnerabile al terrorismo e ai sabotaggi. La Repubblica Islamica dell’Iran sostiene diversi gruppi fondamentalisti sciiti e sunniti: Hezbollah in Libano, Houthi in Yemen, Hamas e PIJ in Palestina, oltre a diverse milizie in Iraq e Siria. Se tutti ci ricordiamo l’attentato 11/09 agli USA, non dobbiamo dimenticare quelli sui nostri territori negli ultimi decenni: Madrid, Londra, Parigi, Bruxelles, Nizza, Berlino, Barcellona. Non da ultimo l’attentato, sempre di matrice islamista, nel 2024 al Crocus City Hall di Mosca (ne abbiamo parlato qui) che, per quanto possa non piacervi la Federazione russa, è sempre territorio eurasiatico. Oltre a quello di massa, figura poi una “nuova” forma di terrorismo, una più subdola: singoli “radicali” che si lanciano sulle folle con veicoli o armi improprie in assenza di ricorrenze particolari, come durante dei semplici mercatini di Natale. Se un tempo pensavamo che schivando i luoghi affollati si schivassero gli attentati, oggi ogni luogo con un po’ di gente è un “buon luogo” per instillare negli europei la paura. I porta voce iraniani hanno già minacciato una ritorsione qualora l’Europa si schierasse dalla parte degli Stati Uniti e di Israele. Verosimilmente non vedremo razzi piovere dal cielo, ma furgoni lanciati sulle piazze.



