E la Sfinge

Tra il 26 e il 28 marzo 2026 l’idea di una seconda Sfinge sepolta a Giza è uscita dalla nicchia ed è entrata nel circuito mediatico. Il rilancio nasce dalle dichiarazioni pubbliche del radarista Filippo Biondi, riprese da podcast e articoli: il punto centrale è l’individuazione, tramite scansioni radar satellitari e letture geometriche del plateau, di un monticolo di circa 33 metri che, secondo il ricercatore, potrebbe nascondere una struttura monumentale simmetrica rispetto alla Sfinge visibile. Nelle stesse fonti compare anche una stima di fiducia attorno all’80 per cento. Questo è il dato iniziale. Tutto il resto viene dopo.
Il primo chiarimento necessario è terminologico. Qui non siamo davanti a una scoperta archeologica nel senso classico del termine. Non c’è, nelle fonti consultate, un ritrovamento materiale, non c’è uno scavo, non c’è un reperto, non c’è una comunicazione ufficiale delle autorità egiziane che annunci l’emersione di una seconda Sfinge. C’è invece un’ipotesi geofisica: un’anomalia del sottosuolo interpretata da chi la propone come compatibile con una grande statua sepolta. La differenza non è semantica. È metodologica. In archeologia e in geofisica del patrimonio, il passaggio da “anomalia” a “monumento identificato” richiede verifiche indipendenti e riscontri sul campo.
Il secondo punto riguarda gli strumenti evocati. La muografia esiste, è seria, ed è già stata usata con successo in Egitto. L’AIEA la descrive come una tecnica non invasiva che usa i muoni dei raggi cosmici per leggere variazioni di densità dentro grandi strutture. È la stessa famiglia di tecniche che ha portato all’identificazione del cosiddetto Big Void nella piramide di Khufu nel 2017, confermato da più rivelatori indipendenti. Inoltre esiste davvero un progetto recente, ScIDEP, dedicato alla piramide di Khafre, con l’obiettivo di studiarne la struttura interna tramite telescopi a muoni. Quindi il quadro tecnologico non è fantascienza. È ricerca reale. Ma questo non basta, da solo, a trasformare l’ipotesi della seconda Sfinge in un fatto acquisito.
Anzi, proprio le fonti tecniche impongono prudenza. Nel loro articolo del 2022 su Remote Sensing, Biondi e Malanga scrivono apertamente che la penetrazione delle onde elettromagnetiche nei corpi solidi è problematica e che soltanto una conferma sul campo può validare davvero le loro ipotesi. È un passaggio importante perché viene dagli stessi autori della linea di ricerca che oggi viene chiamata in causa. In parallelo, la letteratura di settore sulle prospezioni radar ricorda che il GPR è una tecnica ad alta risoluzione ma tipicamente superficiale: in molti terreni e rocce la profondità utile è dell’ordine di pochi metri, spesso meno di dieci, e i risultati non sono univoci se non vengono confrontati con evidenze fisiche dirette. Anche il SAR satellitare, in archeologia, ha capacità e limiti molto dipendenti da banda, umidità, copertura e caratteristiche della superficie.
Qui sta il nodo vero. Le fonti che rilanciano la vicenda parlano di simmetrie geometriche, di pozzi verticali, di passaggi orizzontali e di una correlazione spaziale con la Sfinge nota. Sono elementi interessanti come indizi. Non sono, allo stato, una dimostrazione. La geofisica non fornisce automaticamente il nome dell’oggetto che sta vedendo. Fornisce contrasti, densità, riflessioni, anomalie, pattern. La traduzione da pattern a “seconda Sfinge” è già un’interpretazione archeologica e simbolica, non una misura strumentale pura. Per questo la formula più corretta, oggi, non è “è stata trovata una seconda Sfinge”, ma “è stato indicato un bersaglio geofisico che gli autori ritengono compatibile con una seconda Sfinge”.
C’è poi il tema della Stele del Sogno, spesso usato come appiglio storico. La stele esiste, è un monumento reale legato a Thutmose IV, collocato tra le zampe della Grande Sfinge, e racconta il sogno in cui la Sfinge promette il trono al futuro faraone in cambio della liberazione dalla sabbia. Questo dato storico è solido. Meno solido è l’uso della stele come prova diretta di una seconda Sfinge fisica. Nelle fonti consultate, essa compare soprattutto come supporto iconografico e come indizio interpretativo, non come documento decisivo. Serve a tenere aperta una possibilità simbolica o topografica. Non chiude il caso.
Anche il fronte critico va registrato, perché fa parte dei dati disponibili. Zahi Hawass ha respinto queste letture, sostenendo che l’area è stata studiata estensivamente e che affermazioni di questo tipo non sarebbero validate scientificamente. Al netto dei toni, la sostanza è che la contestazione non riguarda l’uso della tecnologia in sé, ma il salto dall’anomalia al racconto già confezionato. E qui la critica ha un peso. Non perché venga da un’autorità mediatica, ma perché coincide con il principio standard della disciplina: prima il segnale, poi la verifica, poi eventualmente l’attribuzione storica.
La conclusione, quindi, è più semplice di quanto sembri. Liquidare la vicenda come fantasia pura è prematuro, perché un target geofisico dichiarato esiste e le tecniche di indagine non invasiva a Giza hanno già prodotto risultati autentici in altri contesti. Chiamarla scoperta, però, è altrettanto prematuro, perché manca il passaggio decisivo: una validazione indipendente, pubblica e sul campo. Oggi la seconda Sfinge non è un fatto archeologico accertato. È un’ipotesi strutturata, tecnologicamente interessante, mediaticamente amplificata e scientificamente ancora sospesa. Se arriveranno autorizzazioni, carotaggi, rilievi integrati e dati replicabili, allora il quadro cambierà. Fino a quel momento, il dato più onesto è questo: sotto la sabbia potrebbe esserci qualcosa; dire già che sia una seconda Sfinge va oltre ciò che le fonti attualmente consentono di affermare.


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